Dérives

Dérives, composto da Gérard Grisey nel 1973-74, è insieme a Périodes e Partiels, una delle composizioni seminali per il movimento della musica spettrale.

In questo brano per due gruppi orchestrali, una sinfonietta e un’orchestra completa (interessante notare che nell’ensemble c’è anche una chitarra elettrica), si applica una tecnica che può essere definita come sintesi additiva strumentale, in cui gli strumenti arrivano a comporre una timbrica mediante la somma di molte componenti. Si parla di timbrica e non di armonia perché è in questo senso che l’indieme sonoro è concepito, al punto che agli strumenti è spesso richiesta una intonazione sugli armonici di un suono base e non sulla scala temperata.

Il suono come generatore della forma globale, secondo la poetica dello spettralismo espressa da questa dichiarazione programmatica dello stesso Grisey:

We are musicians and our model is sound not literature, sound not mathematics, sound not theatre, visual arts, quantum physics, geology, astrology or acupuncture

[cit. in Fineberg, Joshua (2006). Classical Music, Why Bother?: Hearing the World of Contemporary Culture Through a Composer’s Ears. Routledge. ISBN-10: 0415971748, ISBN-13: 978-0415971744]

E ancora:

Spectralism is not a system. It’s not a system like serial music or even tonal music. It’s an attitude. It considers sounds, not as dead objects that you can easily and arbitrarily permutate in all directions, but as being like living objects with a birth, lifetime and death. This is not new. I think Varese was thinking in that direction also. He was the grandfather of us all. The second statement of the spectral movement — especially at the beginning — was to try to find a better equation between concept and percept — between the concept of the score and the perception the audience might have of it. That was extremely important for us.

Quest’ultima dichiarazione è tratta da questa interessante intervista con David Bundle.

Orchestre National De France, Conductor Jacques Mercier

Klavierstück IX

Stockhausen ha dichiarato che i Klavierstücke (pezzi per piano, anzi, per tastiera) sono i suoi schizzi. Alcuni, però, sono schizzi di grande portata, come questo Klavierstück IX (vers. def. 1961), con il suo accordo ripetuto più di cento volte, con atmosfere e risonanze diverse.

Dedicato ad Aloys Kontarsky, che lo eseguì per la prima volta a Colonia nel maggio 1962 nella versione definitiva del ’61, il Klavierstück IX si collega direttamente al X sia perché nella sezione finale sono presenti gruppi di notine che saranno il segno distintivo dell’altro, sia perché nonostante i differenti esiti sonori ambedue obbediscono al principio, fondamentale in Stockhausen, della giustapposizione – intesa come coesistenza dinamica – delle categorie dell’ordine e del disordine . In particolare, il IX è costruito attorno all’alternanza di un accordo presentato immediatamente e ripetuto oltre cento volte nel corso del brano con zone rarefatte di sapore improvvisativo. Quanto ai citati gruppi di notine della parte conclusiva, da notare che queste fanno riferimento ai valori della serie dei numeri di Fibonacci (1, 1, 2, 3, 5, 8, ecc.), dalla quale derivano anche i rapporti metronomici. Da questo punto di vista è indubbio che il Klavierstück IX rappresenta tra i quattordici composti tra il 1952 e il 1985 quello che più di tutti concretizza l’idea di fondo del compositore tedesco di “creare opere in cui i piani della forma e del materiale fossero totalmente pervasi da una serie unificante di proporzioni e dalle loro derivazioni combinatorie”.
[Nota tratta da Novurgia]

Eccolo inciso da Pollini

Dumitrescu

Iancu Dumitrescu è un compositore rumeno, nato nel 1944, spettralista, anche se in un modo che si distingue nettamente dalla scuola francese. La sua ricerca, infatti, si concentra sul timbro e sul suono, lasciando in secondo piano le altezze.

Recentemente AGP ha ripubblicato, in forma digitale, un vinile con due brani, Medium II per contrabbasso e Cogito, Trompe l’oeil per due contrabbassi, pianoforte preparato e percussioni, che possono essere considerati come complementari.

Le note dicono:

In Medium II, the sounds produced by the double bass explore the edge between tones and noise, and yet an everpresent tonal center is provided by the notes produced by the open strings, giving the excursions into higher tones something of the feel of a raga. The rhythms of the piece remind me at times of the breathing of some great beast or of the surge of the ocean through a tidal cave. The addition of more instruments in Cogito introduces further tonal centers and still more timbral complexity, with considerably more sound energy in higher registers.
Dumitrescu describes Medium II as the hidden, mysterious reverse of Cogito, and suggests that the two works could even be played simultaneously.

Iancu Dumitrescu – Medium II

Exotica

UBUWeb ha messo in linea una serie di film di Mauricio Kagel. Li trovate qui [segnalato da Leonardo].

Nel frattempo, ho trovato su YouTube questa esecuzione di Exotica (1971-1972), una composizione in cui sei esecutori di tradizione e cultura europea sono costretti a confrontarsi con musica e cultura extra-europea. In Exotica gli esecutori non sanno suonare gli strumenti che si trovano a maneggiare (almeno 10) perché provengono tutti da culture non europee. Proprio per questo la partitura prescrive essenzialmente durate e dinamiche, mentre la linea melodica è generalmente una monodia oppure si limita a intervalli vicini.

La partitura impone anche di cantare, a volte emettendo suoni più o meno snaturati. La voce è una parte molto importante del brano, tanto che, nei punti in cui un interprete sia impossibilitato ad eseguire insieme le parti strumentali e vocali, quest’ultima è prioritaria.

Esistono inoltre 12 nastri su cui è incisa autentica musica extra-europea, che gli esecutori devono imitare con un grado di accuratezza variabile, prescritto in partitura per i vari parametri.

Performer — Christoph Caskel, Michel Portal, Siegfried Palm, Theodor Ross, Vinko Globokar, Wilhelm Bruck.

Questa immagine vi dà un’idea di come erano conciati gli esecutori alla prima esecuzione

Kagel – Exotica (1972, Vinyl) - Discogs

Nocturne

Nocturne by Gordon Green
An improvisation embellished in real time with MIDI processing software, uses the resonance of the piano to create a still, nocturnal atmosphere wherein different harmonies can be mulled over in a leisurely way. The software embellished the improvisation by cycling through repeating sets of intervals, and fragments were recalled and varied as the improvisation unfolded. The original idea for this came from the bird-call transcriptions in Olivier Messiaen’s piano music, which often use more sophisticated variations of similar techniques.

Gordon Green’s (b. 1960) varied influences include the work of Charles Ives, Morton Feldman, and Olivier Messiaen, as well as Indian music, cartoon music, and John Philip Sousa marches. His music combines the expressivity of improvised gestures with the sonic capabilities of electronics, and is informed by his work as a painter and software developer.

A native of Boston, Massachusetts, Green studied music at Vassar College in Poughkeepsie, New York and computer art at the School of Visual Arts in New York City, with additional studies at the Berklee College of Music, Juilliard School, Mannes College of Music, and New York University. His principal teachers were Rudolph Palmer and Richard Wilson. Green has been commissioned by pianist Frederick Moyer, the Ethos Percussion Group, and Schween-Hammond Duo, and supported by the Jerome Foundation, Millay Colony, and W.K. Rose Fellowship in the Creative Arts. His music can be found on the Capstone, Centaur, and JRI labels; his recent release, Serpentine Sky, is a surround-sound recording of music for multiple computer-controlled pianos.

Gordon Green – Nocturne (2001), for piano and computer-controlled Disklavier grand piano
Gordon Green performer

Ylem

Ylem è un termine usato da Gamow, Alpher e dai loro associati nei tardi anni ’40 per dare un nome a una ipotetica sostanza primordiale o a uno stato condensato della materia che ha dato origine alle particelle subatomiche e agli elementi come li conosciamo oggi. Era il nome che Gamow e soci davano alla “cosa” che presumibilmente esisteva immediatamente dopo il Big Bang insieme a una grande quantità di fotoni ad alta energia, il cui residuo termico oggi si osserva sotto forma di Radiazione Cosmica di Fondo.

Il termine deriva da un vocabolo dell’inglese medioevale che designa qualcosa come “primordial substance from which all matter is formed [wikipedia]” e a sua volta discende dal greco hylem, “materia”.

Ylem, per 19 esecutori, composto da Stockhausen nel 1972, è una allegoria dell’esplosione primordiale e della teoria oscillatoria dell’universo. Prende la forma di una partitura in gran parte indeterminata, formata da solo testo, senza alcuna notazione, secondo la quale gli esecutori iniziano concentrati intorno al pianoforte, per poi “esplodere” suonando la nota centrale del proprio strumento con densità via via minore, mentre i 10 esecutori di strumenti portatili si allontanano dal punto centrale fino a disporsi intorno al pubblico.

Inizia poi il processo inverso: la musica gradualmente si addensa egli esecutori tornano a concentrarsi per dare vita ad una nuova esplosione. L’insieme delle istruzioni, comunque, è più complesso di questa mia breve semplificazione. Prescrive varie azioni, fra cui il passaggio di un segnale costituito dalla sillaba sacra HU (il nome del senza-nome), l’utilizzo di un ricevitore a onde corte e alcune istruzioni specifiche per i 4 esecutori di strumenti elettronici (sintetizzatori). Potete trovarne una descrizione più accurata qui.

Colpisce anche il fatto che si tratta di un brano ad altezze quasi totalmente invarianti. La maggior parte degli strumentisti, infatti, si concentra su una singola nota o un accordo, eseguendo al massimo brevi fluttuazioni in un suo intorno.

Karlheinz Stockhausen – Ylem (1972), per 19 esecutori

Zyklus

Zyklus für einen Schlagzeuger (“Cycle for a percussionist”) is a composition by Karlheinz Stockhausen. It was composed in 1959 at the request of Wolfgang Steinecke as a test piece for a percussion competition at the Darmstadt Summer Courses, where it was premièred on 25 August 1959 by Christoph Caskel. It quickly became the most frequently played solo percussion work, and “inspired a wave of writing for percussion” (Kurtz 1992, 96).

The title of Zyklus is reflected in its form, which is circular and without a set starting point. The score is spiral-bound, and there is no “right-side up”-it may be read with either edge at the top. The performer is free to start at any point, and plays through the work either left to right, or right to left, stopping when the first stroke is reached again. (In this way, it is an example of what Stockhausen calls “polyvalent” form.) The instruments are arranged in a circle around the performer, in the order they are used in the score. The notation is only conventional in some details, and an early review of this first graphic score by Stockhausen remarked that “The initial impression is that one is looking not at a score, but at a drawing by Paul Klee” (Lewinski 1959). Zyklus contains a range of notational specificity, from exactly fixed at one extreme, to open, “variable” passages at the other. Stockhausen composed these elements using a nine-degree scale of statistical distribution, but states that the listener is not “supposed to identify these nine degrees when you hear the music, nevertheless the music that results from such a method has very particular characteristics. . . .” (Stockhausen 1989, 51).

In principle, the percussionist decides on the starting point and direction through the score only at the moment of commencing a performance, but in practice this is almost universally worked out well in advance. Only the percussionist/composer Max Neuhaus claims to have consistently given “spontaneous” versions (Neuhaus 2004).

Anagrama

In questo podcast, dopo una breve presentazione, potete ascoltare Kagel che commenta, in inglese, il suo brano Anagrama del 1957-58, per soli, coro e ensemble, basato sul famoso palindromo In girum imus nocte et consumimur igni. Segue poi l’esecuzione dell’opera e al termine, Kagel risponde a domande di Pauline Oliveros, Ramon Sender, e Will Ogdon.

Il podcast proviene dalla stazione radio KPFA. Registrato nel 1963, è attualmente disponibile sull’Internet Archive, da cui è scaricabile in MP3 a questo link.

Per gli interessati ecco delle note al brano, in inglese, tratte dalla vecchia e non più disponibile edizione:
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Come farsi invitare…

…o ridurre drasticamente il numero delle proprie esecuzioni.

Questo brano è OM, per orchestra, op. 12, scritto nel 1968 da Robert Wittinger (compositore austro-ungherese nato nel 1945) su commissione della Hessicher Rundfunk per il Darmstadt Holiday Course for New Music. Il pezzo termina con un colpo di gong e in partitura sta scritto, in 14 lingue

Questo difficile colpo di gong può essere eseguito soltanto dal compositore; per questa ragione egli dovrebbe essere invitato a ogni esecuzione

Trovate altri brani di Wittinger su AGP86

Intervista Radulescu

Paris Transatlantic Magazine ha pubblicato, circa un anno fa, una lunga intervista (in inglese) con Horatiu Radulescu.

Pur condita con un po’ di folklore, d’altronde stimolato dal nostro che spara senza mezzi termini sulla storia

He can’t stand Shostakovitch (“de la merde!”), dismisses Schnittke (“tuttifrutti!”), cordially dislikes Boulez (but admits that “he opened up a new sound world for all of us and his management skills come out well in front of the orchestra”)

e sui colleghi

…such as Dusapin (the tritones of whose cello concerto “set my teeth on edge”) annoy him through their business skills, and he refers to the music spectrale crowd in Paris with scorn (“they’re the mafiosi”)

l’intervista è comunque interessante per avvicinarsi alla personalità, alla storia, alla formazione e alle fonti di ispirazione di questo autore che, come altri contemporanei, amava la musica antica più di quella storicamente precedente e cercava di ritrovare quella componente rituale e quasi sacra della musica andata perduta nel tempo.